La chirurgia urologica

 

La mancanza di precise conoscenze anatomiche aveva limitato fortemente sin dalla notte dei tempi lo sviluppo di pratiche chirurgiche. Le terapie farmacologiche in urologia si limitavano alla prescrizione di medicamenti diuretici e all'uso delle acque termali per curare il male della pietra, alla somministrazione di decotti per la cura dei disturbi urinari e della ritenzione urinaria. Quanto più le ricette erano astruse e bizzarre, a base di ingredienti quanto meno "strani", tanto più si riteneva potessero essere efficaci (in una ricetta della Scuola Salernitana si consiglia un decotto a base di vino, miele e sterco di capra). La farmacopea antica comunque attingeva largamente all'erboristeria, sfruttando l'azione terapeutica di numerose piante.

Le procedure chirurgiche urologiche si fermavano alla litotomia per via perineale (peraltro gravata da moltissime complicanze e da una mortalità elevatissima) e al cateterismo uretrale con strumenti di bronzo o d'argento nel tentativo di risolvere le ritenzioni urinarie. Le pratiche chirurgiche erano peraltro affidate a "praticoni", in alcuni casi abili, ma quasi sempre poco più che ciarlatani privi di scrupoli.

L'opera di Vesalio, di Morgagni e degli altri anatomisti citati aveva ridato, all'inizio del XIX° secolo, impulso alla chirurgia ormai definitivamente accolta nel mondo accademico. Ma gli ostacoli alla chirurgia erano ancora molti: la completa ignoranza dell'asepsi, l'assenza di validi strumenti anestesiologici, la mancanza di cure per le infezioni (di cui tra l'altro si ignorava perfino l'esistenza).

L'incisione dell'addome rappresentava per il chirurgo di allora una grande sfida. Per secoli gli urologi si inventarono tecniche "endoscopiche" per risolvere le ostruzioni urinarie: cateteri con lame taglienti, sonde con sostanze irritanti, tecniche di cauterizzazione dell'uretra. Se il paziente sopravviveva a queste cure era già un grande successo.

 

 

I progressi della Medicina nel campo della batteriologia, dell'anestesia, dell'asepsi coincisero con lo sviluppo della chirurgia generale e della chirurgia urologica. Un po' alla volta i chirurghi abbandonarono remore e paure e affrontarono sempre più frequentemente l'incisione dell'addome. Il primo intervento chirurgico per ipertrofia prostatica condotto per via addominale retropubica di cui si ha notizia risale al 1827 in Francia e fu eseguito da Jean Amussat.

Nel 1899 Paul Freyer esegue a Londra la prima adenomectomia prostatica transvescicale, tecnica ancora oggi in uso.

Contemporaneamente si sviluppano anche le tecniche di chirurgia endoscopica. Il primo strumento endoscopico per guardare dentro la vescica (cistoscopio) dotato come fonte luminosa di una candela, fu realizzato a Francoforte nel 1807 ma non ebbe grande successo. L'idea venne ripresa nel 1909 da Young del Johns Hopkins Hospital. Nel 1874 a Pavia Enrico Bottini utilizza la corrente galvanica per distruggere i tessuti patologici del collo vescicale. La prima resezione endoscopica con l'uso di corrente elettrica ad alta frequenza risale al 1926 e fu eseguita da Collings a New York. Il primo resettore endoscopico così come lo intendiamo oggi fu creato nel 1932. Attualmente si utilizza il resettore di Iglesias introdotto attorno al 1970.

 

Il nostro viaggio attraverso l'Urologia termina qui. Resta da ricordare che ufficialmente l'Urologia in Italia nasce nel 1908 con l'istituzione della Società Italiana di Urologia (SIU) poi rifondata nel 1921. I pionieri dell'Urologia italiana sono nomi ormai mitici nell'ambiente urologico. Negli ultimi venti anni l'Urologia ha subito un'evoluzione velocissima con l'introduzione di tecniche chirurgiche sempre più raffinate, di strumenti diagnostici sempre più precisi e di metodiche terapeutiche sempre più efficaci. Le sfide per il futuro sono rappresentate dalla biologia molecolare, dall'ingegneria genetica e dalla chirurgia minimamente invasiva: sono queste le pagine della storia dell'Urologia da scrivere nei prossimi anni.